"Aiace & Cassandra" allo Jago Museum nel rione Sanità di Napoli. Foto sul blog di viaggi "Nerd in Spalla: viaggiatori poco seri".

Visita allo Jago Museum

Come forse è capitato anche a voi, negli scorsi anni siamo incappati sulle foto e sui video che mostrano la lavorazione in time-lapse delle opere dello scultore Jago e ne siamo rimasti incantati.

Già lo scorso anno, mentre ci trovavamo a Napoli, avremmo voluto visitare il suo museo ma per questioni di tempo siamo riusciti a vedere solo la statua “Il figlio velato”. Quest’anno però abbiamo messo questa visita al primo posto del nostro giro partenopeo e ci siamo rifatti!

Ora che finalmente lo abbiamo visitato non possiamo dirvi che una cosa: ci torneremo!

Chi è Jago?

In realtà la risposta corretta alla domanda qui sopra sarebbe: “Boh?”

Questo perché sebbene questo scultore debba la sua popolarità a internet, e anche se alcuni lo definiscono un artista-influencer, in realtà non è proprio il tipo che racconta online i fatti suoi ma solo la sua arte.

Quindi possiamo dirvi giusto i fatti principali legati al suo lavoro di artista.

Jago all’anagrafe si chiama Jacopo Cardillo ed è nato ad Anagni nel 1987 e questo, per quanto riguarda le sue informazioni personali, è più o meno tutto.

Ehm… no, non è vero. Ammettiamo che abbiamo googlato un po’ per cercare qualche scorcio più privato e meno incentrato sulla sua arte (speriamo che quella giacca borchiata bianca e nera se la sia comprata perché era da morire!) ma qui parliamo delle sue opere quindi… chissene!

La sua biografia su Wikipedia ci dice che ad un certo punto una sua opera è stata selezionata da Vittorio Sgarbi per partecipare alla 54a Biennale di Venezia.

Autoritratto allo Jago Museum nel rione Sanità di Napoli. Foto sul blog di viaggi "Nerd in Spalla: viaggiatori poco seri".
L’autoritratto di Jago

Al tempo di questo prestigioso invito Jago stava ancora studiando presso l’Accademia di Belle Arti di Frosinone e leggenda narra (o meglio lo dice lui in un’intervista) che un suo docente gli abbia detto che non era pronto per partecipare a una manifestazione così importante.

Jago se ne fregò altamente e poco dopo lasciò gli studi all’urlo di

“Tanto gli studi non si finiscono. Non si smette mai di studiare!”

Ingresso dello Jago Museum nel rione Sanità di Napoli. Foto sul blog di viaggi "Nerd in Spalla: viaggiatori poco seri".
Ingresso della chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi che ospita lo Jago Museum
"Pietà" di spalle allo Jago Museum nel rione Sanità di Napoli. Foto sul blog di viaggi "Nerd in Spalla: viaggiatori poco seri".
La chiesa è attualmente ancora impalcata e i lavori di ristrutturazione continuano!

Alla Biennale espose un busto di papa Benedetto XVI ispirato, per la pulizia delle forme, al busto di papa Pio XI di Adolfo Wildt, un artista di cui abbiamo visto alcune opere al Labirinto della Masone.

Due anni dopo Benedetto XVI rinunciò al ministero mentre la statua di Jago rimaneva ancora con i suoi paramenti papali.

Visto che Jago ci pare uno di quegli artisti che non ce la fa a dichiarare terminata un’opera, come non dichiara terminati gli studi, subito rimise mano alla statua e la ‘spogliò’ delle vesti papali lasciando il busto a petto nudo.

Il nuovo titolo della statua divenne “Habemus Hominem” e non solo perse le somiglianze con l’opera di Wildt ma fu anche un ottimo banco di prova per le sue capacità di testurizzare il marmo per ottenere un realistico effetto della pelle.

Viso di "Venere" allo Jago Museum nel rione Sanità di Napoli. Foto sul blog di viaggi "Nerd in Spalla: viaggiatori poco seri".
La pelle di questa “Venere” sembra quasi vera!

L’ego di Jago

Prima di entrare nel vivo e parlarvi dello Jago Museum, intratteniamoci un po’ con i suoi detrattori perché per scrivere questo articolo ci è capitato di leggere un po’ di roba in giro e ne siamo rimasti straniti.

Siamo nel 2025 e sì, noi crediamo che l’arte debba essere fruibile a tutti ma, a quanto pare, il nostro pensiero non è ancora così diffuso come si potrebbe credere.

Alcuni hanno scritto intere digressioni sul nome d’arte ‘Jago’ facendo fini paragoni sul fatto che il personaggio shakespeariano fosse nero mentre l’artista Jago lavora il marmo che è bianco ma veste di nero e tutto questo si traduce in un simbolismo che… ‘con scappellamento a destra’, citando i grandi della commedia italiana di altri tempi.

Jago ha messo online le sue opinioni in modo chiaro e con parole semplici e ha più volte ribadito che l’arte dovrebbe essere di tutti, quindi chi ci vuole buttare dentro chissà che significati reconditi a nostro parere lo fa solo per dar aria alla bocca.

Ah, ma tranquilli! Anche non avere incredibili significati comprensibili solo a una manciata di persone con un livello di educazione superiore è chiaramente un difetto! Rende l’artista troppo qualunquista. Populista addirittura, parola che oggi non si riferisce più a una versione idealizzata del popolo ma ha un significato dispregiativo che ricorda quei leader carismatici che nutrono le masse ignoranti con immagini scontate e banali ma facili da amare.

Insomma, a quanto pare Jago è odiatissimo dalla critica rosicona alla quale proprio non va giù che lui, usando internet come dovrebbe essere normale ai giorni nostri, si sia presentato autonomamente al grande pubblico senza l’intermediazione di galleristi, musei e espertoni e, udite! Udite! SIA PIACIUTO!

E poiché è piaciuto, si è anche arrogato il diritto di aprirsi un museo dedicato a se stesso senza aspettare che fossero altri a comprare le sue opere per poi mostrarle, con grande magnanimità, al grande pubblico.

Grazie a questo gesto incredibilmente egoistico tutti noi possiamo andare a Napoli, nella chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi, e ammirare le sue opere.

Sant'Aspreno ai Crociferi, sede dello Jago Museum nel rione Sanità di Napoli. Foto sul blog di viaggi "Nerd in Spalla: viaggiatori poco seri".
La Chieda di Sant’Aspreno ai Crociferi che ospita lo Jago Museum

Lo Jago Museum

La prima cosa che dovete sapere di questo museo è che le opere non sono mai le stesse perché Jago le prende, le sposta, ne toglie, ne aggiunge… insomma, qui tutto è sempre in movimento e in questo modo il pubblico è incentivato a tornare, ricompensato dal fatto di poter vedere, di volta in volta, cose diverse.

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E adesso passiamo a parlarvi di quello che abbiamo visto noi. La prima statua all’ingresso è un autoritratto che però presto sarà spostato perché a quanto pare Jago vuole rimetterci mano e modificarlo-cambiarlo-non-si-sa. Oh, padronissimo! Dopotutto Leonardo si è portato a spasso la Gioconda per mezza Europa mentre continuava a modificarla e senza mai dichiararla finita… ma almeno quella stava in valigia!

Autoritratto di Jago che osserva il suo Jago Museum nel rione Sanità di Napoli. Foto sul blog di viaggi "Nerd in Spalla: viaggiatori poco seri".
L’autoritratto di Jago all’ingresso del museo sembra messo lì a giudicare le sue opere per decidere a quali rimettere mano
La "Pietà" allo Jago Museum nel rione Sanità di Napoli. Foto sul blog di viaggi "Nerd in Spalla: viaggiatori poco seri".
La “Pietà” a noi sembra mostrare un dolore davvero convincente

C’è poi “La pietà”, una statua che se nel titolo richiama un soggetto religioso invece è tutt’altro, in quanto invece della Madonna che tiene tra le braccia il figlio vediamo un uomo che solleva da terra il corpo esanime di un ragazzino.

E’ forse l’opera più bella di tutto il museo e sappiamo, avendo visto il film “Into the white”, che Jago ha scolpito questa statua proprio qui, in questa chiesa, quando negli scorsi anni la usava come laboratorio.

Gesso della "Pietà" allo Jago Museum nel rione Sanità di Napoli. Foto sul blog di viaggi "Nerd in Spalla: viaggiatori poco seri".
Jago ha scelto di lavorare come faceva Canova… nel tempo in cui la robotica fa il grosso del lavoro, Jago è un romantico di altri tempi!

Qualcuno pensa che l’espressione dell’uomo sia troppo accentuata nel suo dolore, quasi caricaturale, ma noi viviamo di videogiochi e fumetti e troviamo appropriato esasperare il volto e i gesti per rendere il sentimento più comprensibile, fino al punto da essere innegabile.

Questa statua da voce al fatto che anche un uomo adulto, fisicamente prestante e sano, possa provare il dolore straziante della perdita di un figlio. Sembra banale ma il sentire comune è ancora legato all’idea che questo dolore sia appannaggio delle sole donne o comunque non interamente comprensibile agli uomini.

Mentre l’uomo disperato solleva il ragazzino, la mano abbandonata del giovane sembra aver lasciato cadere un sassolino. Fate attenzione perché questo elemento è una specie di firma di Jago che lo inserisce in ogni sua opera, anche se a volte non è immediatamente visibile.

Non sappiamo, nessuno lo sa davvero a parte l’artista, che cosa simboleggino questi sassi. Abbiamo sentito le teorie più disparate: c’è chi dice simboleggino il peso della vita e chi l’anima umana.

A noi piace pensare che in un certo senso ricordino i sassi che Jago andava a recuperare dai fiumi per le sue prime sculture quando era un’artista squattrinato che non si poteva permettere giganteschi blocchi di costoso marmo.

Pelati alla riscossa

La statua più grande presente al museo durante la nostra visita è quella di “Aiace & Cassandra” che si trova nella zona dell’altare, esattamente come sull’altare si svolse l’episodio mitologico.

Per chi non masticasse il mito (e non fosse un cultore accanito del libro “La  Torcia” di Marion Zimmer Bradley) facciamo un rapido riassunto. Alla caduta di Troia gli invasori entrarono nella città e la razziarono. Tra loro c’era anche Aiace che, probabilmente sicuro del binomio Chiesa = Ricchezza, andò dritto a razziare il tempio di Atena dove aveva cercato rifugio la sacerdotessa Cassandra. La donna, in un’estrema richiesta d’aiuto, si era abbracciata alla statua della dea che si trovava proprio sull’altare.

Aiace era più interessato a fare cassa che a onorare gli dei e così, da buon razziatore, pensò di farsi un giro sulla non consenziente Cassandra prima di infilarla in un sacco e tenersela come bottino extra, perché dopotutto era la figlia di Priamo, re di Troia. E poi le donne di Troia non potevano che essere trxxx, quindi a lei mica dispiaceva, giusto?

Altare di Sant'Aspreno ai Crociferi, sede dello Jago Museum nel rione Sanità di Napoli. Foto sul blog di viaggi "Nerd in Spalla: viaggiatori poco seri".
“Aiace & Cassandra” sull’altare di Sant’Aspreno ai Crociferi
"Aiace & Cassandra" allo Jago Museum nel rione Sanità di Napoli. Foto sul blog di viaggi "Nerd in Spalla: viaggiatori poco seri".
La collocazione sull’altare di “Aiace & Cassandra” non può che aggiungere un tocco di realismo in più alla statua!

La grossa differenza tra le altre immagini artistiche di questo episodio mitologico e la rappresentazione di Jago è che qui Cassandra lotta con furia contro il suo violentatore, spianandogli una mano in faccia e urlando con foga a denti scoperti, come se fosse pronta anche a morderlo pur di difendersi.

In altre rappresentazioni più classiche Cassandra viene invece raffigurata remissiva e innocua, meno battagliera rispetto alla versione di Jago.

Ci piace di più, ed è più in linea con i tempi moderni, questa Cassandra ma resta il fatto che la porella era una veggente maledetta: ogni santa volta che profetizzava qualcosa nessuno le credeva. Come le tante donne stalkerate che si sentono proprio sul collo uno stupro imminente, ma le cui paure cadono nel vuoto e nelle minimizzazioni.

In tutto ciò però non possiamo fare a meno di sdrammatizzare notando un simpatico particolare: Jago, e di conseguenza il suo autoritratto, è pelato. L’uomo raffigurato ne “La pietà” è pelato. Pure Aiace pare una palla da biliardo e così anche la vicina statua di Narciso ha una sospetta mancanza di peli non necessariamente superflui.

Sarà che ogni artista mette un po’ di se stesso nella propria arte ma questa mancanza di capelli negli uomini ci sembra sospetta, soprattutto perché Jago ha dichiarato in passato, parlando proprio de “La Pietà”, che se avesse dovuto fargli i capelli ci avrebbe messo un sacco di tempo in più. Non sarà che questo tratto un po’ autobiografico è anche un modo per rendersi il lavoro più semplice? O è una dichiarazione di moda?

Da Narciso a Venere

E da un pelato all’altro passiamo a “Narciso“, la statua più fumettosa del museo perché a noi i tratti di Narciso, e della sua femminile controparte specchiata, sembrano davvero usciti da un disegno di Mark Silvestri e infatti la ‘Narcisa’ assomiglia alla Sara Pezzini di Witchblade. Il Narciso invece assomiglia a una versione photoshoppata di Jago.

Oh, Jago è un bel ragazzo (dice la Kry mentre il Teo, come al solito, si astiene da giudizi sulla bellezza maschile) ma forse avremmo preferito un modello più Jackie Estacado, per restare in tema ‘Silvestri’.

Anche in questa statua tutti ci vedono i significati più disparati, da una specie di dichiarazione gender al alto femminile dell’animo maschile etc.

"Narciso" allo Jago Museum nel rione Sanità di Napoli. Foto sul blog di viaggi "Nerd in Spalla: viaggiatori poco seri".
L’idea di Narciso che si specchia nell’acqua è resa benissimo
"Venere" allo Jago Museum nel rione Sanità di Napoli. Foto sul blog di viaggi "Nerd in Spalla: viaggiatori poco seri".
La “Venere” di Jago ci ricorda che la bellezza è effimera, l’animo no.

Il bello però è proprio questo: tutti ci possono vedere ciò che vogliono, a seconda della propria sensibilità, ma la bellezza dell’opera è innegabile e di solito non sono i significati dettati dal momento storico a rendere immortale l’arte ma proprio la sua bellezza che trascende il tempo e la capacità di incantare il pubblico. E questa capacità a Narciso di certo non manca!

Qualcuno però potrebbe obiettare che al contrario la statua di “Venere” manca assolutamente di bellezza e da un certo punto di vista, totalmente estetico, possiamo pure ammettere che sì, è così.

Dopotutto questa Venere è una donna anziana, con tutti i segni della sua età, ma a ben guardare è comunque impossibile trovarla brutta.

E’ la fierezza di mostrarsi nuda, sembrando solo minimante imbarazzata a causa della posa tipica presa dalla “Venere Medicea”, a rivelare la bellezza di una donna che, non meno della Cassandra, sembra aver passato un’intera vita a combattere per il solo fatto di essere sopravvissuta anche alla lenta decadenza del corpo e della bellezza.

La nostra unica critica a questa Venere è che… pure lei è pelata!

In Flagella Paratus Sum

Lo Jago Museum mostra molte altre opere, più piccole come dimensioni ma non meno interessanti, e diversi gessi delle opere esposte, come a voler garantire che lui fa tutto a mano, con le stesse tecniche che usava Canova nel diciottesimo secolo! Se però stiamo a raccontarvi in dettaglio anche di tutto questo si fa notte, quindi chiudiamo questa carrellata con una statua dalla storia sfortunata.

"Marmo italiano" allo Jago Museum nel rione Sanità di Napoli. Foto sul blog di viaggi "Nerd in Spalla: viaggiatori poco seri".
Il ragazzino bicolor di “Marmo Italiano”
Un sassolino nella "Pietà". Foto sul blog di viaggi "Nerd in Spalla: viaggiatori poco seri".
La mano del ragazzino della “Pietà” che lascia andare un piccolo sasso

Quest’opera nacque con il titolo “Marmo Italiano” e con il suggestivo sottotitolo “In Flagella Paratus Sum” (ovvero “Sono pronto al flagello”) e mostra un ragazzino giovanissimo steso a terra in posizione fetale. Il colore nero del marmo utilizzato, il titolo e il soggetto in sé avrebbero dovuto ricordare il dramma dei migranti.

La statua fu posta sul selciato di Ponte Sant’Angelo a Roma, il famoso ponte con le statue di cui una, che raffigura un angelo con dei flagelli in mano, porta iscritta la stessa frase che dà il sottotitolo all’opera di Jago.

Inizialmente, dopo una breve esposizione, l’idea era di vendere quest’opera con una base di d’asta della bella cifretta di 1,25 milioni di euro.

Il ricavato sarebbe poi stato devoluto in beneficenza all’associazione SOS Mediterranee che è impegnata nella ricerca e nei soccorsi in mare dei migranti.

Le cose non andarono proprio come previsto perché nottetempo un gruppo di vandali sollevò la statua per poi lasciarla cadere a terra, danneggiandola gravemente.

Jago riportò l’opera in laboratorio e sostituì le parti danneggiate con altre in marmo bianco e, poiché sia il materiale originale che le nuove parti aggiunge provenivano da cave italiane, le diede un nuovo titolo chiamandola “Integrazione”.

Steso una lastra a specchio questo ragazzino bicolor è bellissimo e ci ricorda anche che Jago è un artista che crede davvero che il tempo e gli eventi non possano che aggiungere storia e significato alle sue opere, piuttosto che sottrarvi qualcosa. Di questo però vi abbiamo raccontato nella nostra visita al “Figlio velato”, un’opera che si trova a poca distanza da questo museo.

Aiace di spalle allo Jago Museum nel rione Sanità di Napoli. Foto sul blog di viaggi "Nerd in Spalla: viaggiatori poco seri".
Cassandra è minuscola rispetto all’enorme Aiace

L’Aspirina e la Sanità

La chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi che ospita lo Jago Museum è uno spazio che per lungo tempo è rimasto inutilizzato, sebbene la chiesa sia ancora consacrata.

Adesso però non è solo tornata a nuova vita ma sta pian piano tornando al suo antico splendore grazie ai restauri in corso e, a quanto ci spoilerano le guide, presto sarà di nuovo visibile anche l’ipogeo che dovrebbe diventare (si spera) la collocazione definitiva di una statua a cui Jago sta lavorando in questo periodo.

Riflesso femminile di "Narciso" allo Jago Museum nel rione Sanità di Napoli. Foto sul blog di viaggi "Nerd in Spalla: viaggiatori poco seri".
Sì… è Sara Pezzini! Uguale!
La scultura "ego" raffigura la mano di Jago. Foto sul blog di viaggi "Nerd in Spalla: viaggiatori poco seri".
La scultura della mano di Jago si chiama, appropriatamente, “Ego”

Al museo non dicono cosa rappresenterà quest’opera ma solo che sarà alta quattro metri e non potrà essere esposta nel piano rialzato della chiesa a causa del suo peso… se proprio siete curiosi vi basterà seguire Jago sui suoi social per scoprire l’arcano!

E adesso torniamo alla chiesa, che è intitolata a Sant’Aspreno, uno dei 52 Santi protettori della città di Napoli. Che vi dobbiamo dire? Chi vive in una città minacciata da attività sismiche e da moltissimi altri problemi, evidentemente preferisce eccedere nel cercare maggiori garanzie provenienti dall’alto.

Ingresso alla "Chiesa Azzurra" a Napoli. Foto sul blog di viaggi "Nerd in Spalla: viaggiatori poco seri".
L’ingresso di Santa Maria Maddalena ai Cristallini

La cosa simpatica è che ognuno di questi 52 protettori ha una sua specifica area di competenza e Sant’Aspreno, probabilmente a causa dell’assonanza del suo nome con la parola ‘aspirina’, è ritenuto il Santo Protettore dei mal di testa. I Napoletani sono anche profondamente convinti che il nome stesso dell’aspirina derivi appunto da quello di questo Santo.

E usando il facile collegamento tra un farmaco e la Sanità, passiamo a parlarvi di cos’altro potrete vedere mentre vi trovate nei paraggi dello Jago Museum che si trova appunto nel Rione Sanità di Napoli.

Poco più avanti rispetto alla chiesa di Sant’Aspreno troverete via dei Cristallini, così chiamata perché quando questa era l’unica strada che portava alla Reggia di Capodimonte, qui si trovavano le botteghe artigiane di cristalli che servivano le molte dimore nobiliari dei paraggi.

Su questa via troverete sia l’Ipogeo dei Cristallini, un ipogeo a uso cimiteriale del III e IV secolo a.C. che è stato recentemente ristrutturato e aperto al pubblico, sia la chiesa di Santa Maria Maddalena ai Cristallini.

La chiesa azzurra

Noi, a causa di un piccolo contrattempo, siamo riusciti a visitare solo questo secondo posto e possiamo dirvi che il suo soprannome di ‘Chiesa azzurra’, ottenuto dopo i recenti restauri, è certamente meritato.

Il recupero di questa chiesa è stato una parte del progetto “Luce al Rione Sanità” avviato dalla Cooperativa La Paranza (che gestisce anche le Catacombe di San Gennaro) e da altri enti. E’ stato chiesto agli abitanti del rione di che colore volessero la chiesa in restauro e questi, quasi unanimemente, si sono pronunciati in favore del colore classico di Napoli: l’azzurro.

Sono stati gli stessi giovani del rione a dipingere la chiesa in tantissime tonalità di azzurro e poi sono stati chiamati artisti famosi per decorarla.

I murales che rappresentano alti rovi di spine, che finiscono poi per fiorire, sono stati realizzati dall’artista cileno Mono González mentre la volta, che raffigura gli antichi strumenti dei mestieri del rione, sono stati dipinti dall’artista di strada Tono Cruz di cui potete vedere, sempre nel Rione Sanità, anche altre opere come “Luce” e i ritratti di “Totò e Peppino”.

Altare-bacra nella "chiesa azzurra" di Napoli. Foto sul blog di viaggi "Nerd in Spalla: viaggiatori poco seri".
L’altare-barca della chiesa di Santa Maria Maddalena ai cristallini, detta anche “Chiesa azzurra”

In realtà i due non hanno lavorato separatamente e questa non è nemmeno la loro unica collaborazione perché anche la Chiesa di Maria Santissima del Carmine alle Fontanelle è stata da loro interamente ridipinta in colori vivacissimi.

L’artista italiana Giuliana Conte è invece responsabile dei ritratti ‘fluttuanti’, ovvero delle foto ritratto di varie persone che vivono nel rione e che sono state stampate su tela in sfumature di blu, per rendere davvero questo luogo un posto che possa essere vissuto sia dai visitatori che da chi in questo quartiere ci è nato e ci vive.

Santa Maria Maddalena ai cristallini a Napoli. Foto sul blog di viaggi "Nerd in Spalla: viaggiatori poco seri".
I murales della “Chiesa azzurra”
Ritratti fluttuanti a Santa Maria Maddalena ai cristallini a Napoli. Foto sul blog di viaggi "Nerd in Spalla: viaggiatori poco seri".
I ritratti ‘fluttuanti’ a Santa Maria Maddalena ai cristallini

Grazie a iniziative come questa il Rione Sanità si sta facendo strada come uno dei luoghi da vedere assolutamente mentre si è a Napoli e noi non possiamo fare a meno di incitarvi a visitarlo perché è ancora un luogo sincero, dove si respira aria di comunità e non di trappola per turisti.

Vi basti sapere che mentre eravamo in mezzo alla strada, cercando su maps un negozio per aggiustare il telefono rotto (con sopra i nostri biglietti aerei e TUTTE le altre prenotazioni), una signora è uscita di casa per aiutarci. Non sapendo però bene dove indirizzarci ha agguantato un ragazzino che passava da lì, chiaramente uscito da scuola e con lo zaino in spalla, per chiedere a lui di indirizzarci, cosa che lui ha fatto senza esitazioni.

A questo punto non possiamo che ringraziare gli abitanti del Rione Sanità: SIETE MAGNIFICI!

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6 commenti

  1. Lo scorso anno vidi un programma su di lui e su questo progetto (per chi fosse interessato Generazione bellezza, si trova su Rai Play) e devo dire che mi sono innamorata di questo artista e di questo lavoro di riqualificazione di un’antica chiesa. Anche il fatto che le opere non siano fisse, ma cambino di collocazione, è fantastica.

    1. Noi lo abbiamo amato già da video ma dal vivo è ancora meglio e in più è giovane… può migliorare ancora!!!

  2. Napoli non finisce mai di stupire, è una scatola delle meraviglie e leggendo il vostro articolo vorrei tornare, tornare, tornare…
    Non conoscevo Jago e le sue opere sono oggettivamente belle e trasmettono emozioni variegate e contrastanti. Immagino di essere lì, davanti a queste grandi opere, a lasciarmi travolgere da tutto ciò che l’artista vuole comunicare..

    1. Jago non è timido nel comunicare, infatti lo trovi su tutti i social e forse anche su qualcuno che non sappiamo nemmeno esista, però restiamo del parere che ognuno debba interpretare le opere (tutte le opere) per come le vede, senza farsi condizionare troppo perchè in alternativa si perde un po’ di magia!

  3. Che bello scoprire questo artista laziale nel vostro articolo! Sono sincera, non ne avevo mai sentito parlare prima e nemmeno ho mai vistoa qualche sua opera. Non sapevo nemmeno che a Napoli ci fosse un museo personale di questo Jago. Il rione Sanità però ancora mi manca da vedere per cui, quando tornerò ad ottobre, non mi farò certo sfuggire questa chicca. trovo le sue opere davvero sensazionali e Si, dal dolore esasperato ( che secondo me non guasta!)

    1. Noi lo abbiamo amato ‘a primo video’ ma dal vivo è tutta un’altra cosa e ora aspettiamo con trepidazione la prossima (altissima) statua!

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