Pozzo di San Patrizio a Orvieto (Umbria). Articolo disponibile sul blog di viaggi Nerd in Spalla: viaggiatori poco seri.

La paranoia di Clemente VII

Il sacco di Roma

Immaginatevi questa scena: corre l’Anno Domini 1527 ed è febbraio. Nella zona di Piacenza sono accampati più di ventimila soldati che, in teoria, sono al soldo dell’Imperatore Carlo V ma che, in pratica, quel soldo non lo vedono da mesi e per questo sono incazzati come iene.

La Pianura Padana a febbraio fa schifo: non c’è niente da mangiare, c’è nebbia ovunque, fa un freddo cane e loro non hanno soldi. Sarebbero lì per combattere ma hanno conquistato da poco Milano e adesso sembra che la guerra languisca così una sera uno di loro, un lanzichenecco, dice:

“Questo posto è una merda! Ci avessero almeno mandato a Roma, dove fa più caldo!”

Un altro, uno spagnolo, gli risponde subito:

“Ah sì! Io ci sono stato a Roma! Io son cristiano, mica come voialtri luterani che siete tutti eretici!”

Così i Lanzichenecchi cominciarono a darsele con gli spagnoli ma piano, perché avevano tutti troppa fame. Alla fine concordando comunque che a Roma si stava meglio che in quel posto umido e nebbioso.

Raffigurazione di un Lanzichenecco. Articolo disponibile sul blog di viaggi Nerd in Spalla.
Lanzichenecco in abito tipico – Fonte Wikipedia
Ritratto di Pier Luigi Farnese dipinto da Tiziano. Articolo sul blog di viaggi Nerd in Spalla.
Pier Luigi Farnese ritratto da Tiziano

Il loro comandante era stato male mesi prima e non era con loro, mentre il sostituto, per quanto non fosse malaccio, non sembrava in grado di far comparire i soldi che spettavano a tutti, così questi ventimila e più uomini affamati, dopo aver letto su Tripadvisor le recensioni della Trattoria Sora Lella, decisero di partire e di fregarsene della guerra.

Uno decantava le lodi della coda alla vaccinara, un altro già s’immaginava un piatto di trippa e così, sbavando come cagnoni e usando la saliva al posto del diesel, scesero a Roma a tempo di record.

Appena arrivati, scoprirono che la Trattoria Sora Lella era chiusa per ferie e loro, che a quel punto si sarebbero mangiati pure una sedia, incazzati come bestie misero a ferro e fuoco la città.

Questo evento fu detto il “sacco di Roma” perché le dispense di tutta la città furono saccheggiate, le case invase, i beni rubati, le fanciulle deflorate e così via. La Sora Lella, visto il periodo, prolungò le vacanze e i Lanzichenecchi, che a quel punto si erano proprio incaponiti a voler mangiare lì, restarono in città in paziente attesa, ingannando il tempo violentando monache (e altre donne di passaggio) e deturpando chiese mentre s’intascavano tutto l’intascabile, per ben dieci mesi.

Pure i Lanzichenecchi però fecero alcune celebri eccezioni perché, per esempio, i beni della famiglia Farnese, e le loro donne, non li guardarono neppure di striscio, nonostante che a quel tempo il buon Alessandro Farnese, futuro papa Paolo III, fosse già legato pontificio. Come al solito l’Alessandro aveva tenuto un piede in due scarpe e così, mentre suo figlio Ranuccio aveva sostenuto il papa nella guerra, l’altro figlio, Pier Luigi, era uno dei comandanti dei Lanzichenecchi che erano scesi a Roma e lui, ovviamente, aveva scelto come suo intoccabile quartier generale, guada caso, proprio la sua casa di famiglia…

Il Papa travestito

In tutto questo casino il papa, che al tempo era Clemente VII, si asserragliò a Castel Sant’Angelo che era ritenuto inespugnabile. I Lanzichenecchi però si erano messi comodi ed erano pronti ad assediare, così Clemente pensò bene di concedere un’ingente cifra per farli ritirare dalla città, consegnandosi come prigioniero mentre i soldi promessi venivano radunati e versati.

La resa però era uno stratagemma perché Clemente aveva già preso accordi con Luigi Gonzaga detto Rodomonte, che era anche lui un capitano dei Lanzichenecchi ma abbastanza cattolico da ricordarsi del Papa e aiutarlo nella fuga.

Ci fu un momento d’imbarazzo quando Rodomonte disse al papa che voleva travestirlo per farlo uscire in segreto dal palazzo dove era tenuto prigioniero… noi ci immaginiamo che sia andata più o meno così:

Ritratto di Clemente VII dipinto da Sabastiano del Piombo. Articolo sul blog di viaggi Nerd in Spalla.
Papa Clemente VII ritratto da Sebastiano del Piombo
Ritratto di Luigi Gonzaga detto Rodomonte. Articolo disponibile sul blog di viaggi Nerd in Spalla.
Ritratto di Luigi Gonzaga detto Rodomonte

“Clemmy, ti devi mettere questo travestimento, così ti portiamo fuori e nessuno s’insospettirà!”

Gli disse Rodomonte porgendogli vestiti da donna. Il Papa probabilmente sbiancò e rispose:

“Te sei fuori di testa! Questi Lanzichenecchi se vedono una gonna prima violentano e poi guardano sotto! Io quella roba non me la metto!”

“Ma dai! E’ un travestimento sicurissimo! Gli diciamo che sei la mia ragazza e vedrai che andrà tutto bene!”

Il Papa non gli cedette e, dopo molte discussioni, alla fine arrivarono a un accordo e lo vestirono da ortolano.

Così travestito Clemente fu portato in sicurezza a Orvieto dove, però, non c’era nessun posto degno di un Papa, così lui si ritrovò a vivere in un palazzo un po’ fatiscente che era il meglio che gli si poteva offrire in quel momento.

Il pozzo della paranoia

Sarà stato il vedere Roma messa a ferro e fuoco, sarà stata colpa delle ristrettezze, ma il Clemente divenne un filo paranoico. La prima cosa che fece, una volta installato a Orvieto, fu assicurarsi che questa città potesse reggere a un assalto e anche a un assedio, in modo da non doversi più ritrovare a discutere con Rodomonte su che abito mettere, perché a suo parere, il Gonzaga lo aveva guardato con un certo luccichio negli occhi che lo aveva insospettito!

Orvieto sorge su uno sperono roccioso ed è un bel posto facile da difendere ma al tempo non aveva fonti d’acqua sufficienti per resistere a lungo assedio, così Clemente VII chiamò subito il Sangallo (quell’architetto che pochi anni prima aveva litigato con Michelangelo e che abbiamo già menzionato nell’articolo sul Sacro Bosco di Bomarzo) e gli commissionò un bel pozzo. Uno grande.

Il Sangallo si ritrovò così a dover approvvigionare d’acqua una città intera che non aveva fonti sue e questa era una gran brutta gatta da pelare.

Per prendere l’acqua da un pozzo di solito basta un secchio ma questo vale se è l’acqua per una persona o per una famiglia. Se si parla di una città le cose si fanno più complesse e allora… che fare?

Schema del pozzo di San Patrizio a Orvieto (Umbria). Articolo disponibile sul blog di viaggi Nerd in Spalla: viaggiatori poco seri.
Schema del pozzo

Fino allora la città si era approvvigionata a valle, mandando a prendere l’acqua con i muli e quindi il Sangallo pensò che, visto che già c’erano, tanto valesse sfruttarli questi benedetti muli! Costruì un pozzo grande, del diametro di tredici metri, con due rampe elicoidali sovrapposte, in modo che i muli potessero scendere da una parte e risalire dall’altra senza mai incrociarsi per non creare un ingorgo stradale che poi si sa, quando i muli fanno un frontale è sempre un casino!

Sarebbe stato un casino anche se il pozzo fosse stato completamente oscuro, così il Sangallo pensò bene di mettere un sacco di finestre (ben 72) che affacciassero sul condotto principale e che fossero illuminate dal lucernario superiore, dando così un minimo di luce alle rampe durante tutta la discesa e la risalita.

Clemente VII fu così felice dei progetti per il pozzo che ordinò addirittura allo scultore Cellini una moneta commemorativa per celebrare la costruzione, con sopra Mosè che batteva il bastone sulle rocce per far affluire l’acqua e la scritta ‘perché il popolo beva’.

Purtroppo però il povero e traumatizzato Papa Clemente VII non riuscì mai a vederla finita, quest’opera cui aveva dato il via, e fu invece il solito Paolo III (già citato in altri articoli qui e qui) a goderne e a far mettere i gigli dei Farnese sulla porta d’ingresso e su quella d’uscita.

E’ notevole anche la scritta sulla costruzione da cui si accede al pozzo e che recita, tradotta: “Ciò che non aveva dato la natura, procurò l’industria”.

Un nome foresto

Bene… ma alla fine dei conti perché questo pozzo si chiama di San Patrizio e non di San… chessò? Clemente? Paolo? Rodomonte?

Ecco, in realtà per secoli questo pozzo si chiamò, banalmente, pozzo della rocca, poi arrivò l’ottocento e l’usanza di fare il Grand Tour dell’Europa, così un sacco di stranieri giunse in visita a Orvieto. Fu probabilmente da questi viaggiatori che i frati del vicino convento sentirono la storia di San Patrizio, il santo Irlandese che si ritirava in meditazione nei pressi di una grotta senza fondo dalla quale si aveva accesso al Purgatorio prima e al paradiso poi. Presero in simpatia questa leggenda e da allora il pozzo cominciò a essere noto con il suo nome attuale.

1 commento

  1. Sono stata a Orvieto tantissime volte ed è una città che adoro; ogni volta che ci vado non posso fare a meno di visitare almeno il Duomo e il Pozzo di San Patrizio, sono assolutamente incantevoli!

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